18) Meslier. Sulla propriet privata e sulla famiglia.
Dall'odio per le sperequazioni fra ricchi e poveri, fra i nobili e
il resto della popolazione, nasce in Meslier il rifiuto di Dio e
il desiderio dell'abolizione della propriet privata (confronta
Rousseau. Introduzione). L'opera Tlmaque, a cui Meslier fa
riferimento,  di Fenelon.
J. Meslier, Testamento, quarantanovesimo, L  (pagine 288-289 e
291).

quarantanovesimo.
Un altro abuso quasi universalmente accettato e autorizzato nel
mondo  l'appropriazione individuale che gli uomini fanno dei beni
e delle ricchezze della terra, che dovrebbero, invece, essere
posseduti da tutti in parti uguali e di cui tutti dovrebbero
usufruire equamente in comune. Per tutti intendo tutti coloro che
fanno parte di una medesima regione o territorio, in modo che
tutti gli abitanti di una stessa citt, paese, villaggio o persino
di una stessa parrocchia, possano formare come un'unica famiglia;
considerandosi, gli uni verso gli altri, come fratelli e sorelle e
come figli dello stesso padre e della stessa madre. Per tale
ragione [_] essi dovrebbero vivere pacificamente e
comunitariamente insieme, godendo tutti dello stesso cibo, andando
tutti ben vestiti e ben calzati come pure avendo tutti una bella
casa, ma, nello stesso tempo, dedicandosi tutti nella stessa
misura al lavoro o a una qualsiasi altra attivit onesta e utile,
ciascuno in base alla propria professione o a ci che sarebbe pi
necessario e conveniente fare, a seconda delle stagioni o del
bisogno che si avesse di determinate cose.
Tutto ci dovrebbe farsi non sotto la guida di uomini che
intendano dominare tirannicamente sugli altri, ma unicamente sotto
la guida dei pi saggi e dei meglio disposti al progresso e alla
conservazione del bene di tutti. Tutte le citt o le comunit
vicine fra loro dovrebbero aver cura di allearsi e di conservare
una pace inviolabile mediante un reciproco accordo, al fine di
aiutarsi scambievolmente nella necessit senza di che il bene
comune non potrebbe assolutamente sussistere e la maggioranza
degli uomini condurrebbe inevitabilmente una vita misera e
disgraziata.
Infatti, in primo luogo che cosa deriva dalla divisione
individuale dei beni e delle ricchezze della terra, di cui
ciascuno gode per s come gli sembra meglio, separatamente dagli
altri? Deriva che ogni uomo si sforza di ottenere il pi
possibile, con qualsiasi mezzo, buono o cattivo che sia. Infatti
la cupidigia, che  insaziabile e che, come ognuno sa,  fonte di
tutti i mali, trovando la porta aperta al soddisfacimento dei suoi
desideri, non manca certo di approfittare dell'occasione e spinge
gli uomini a fare tutto il possibile pur di possedere beni e
ricchezze in abbondanza, sia per garantirsi dalla miseria, sia per
ottenere il piacere di godere di tutto ci che si pu desiderare.
Perci i pi forti e i pi astuti, come pure i pi abili e spesso
persino i pi malvagi ed indegni, ottengono la parte pi
considerevole dei beni comuni e godono pi degli altri agi della
vita; ragion per cui alcuni hanno pi degli altri, anzi, spesso,
hanno tutto, e altri niente, alcuni sono ricchi e altri poveri,
alcuni sono ben nutriti e ben vestiti come pure hanno una bella
casa, mentre parecchi altri muoiono di fame e di freddo, n sanno
dove poter dormire.
Cos capita che alcuni sono satolli al punto da scoppiare per il
troppo mangiare e il troppo bere, mentre altri muoiono di fame.
Gli uni conducono, pressoch ininterrottamente, una vita priva di
preoccupazioni e ricca di godimenti, agli altri invece, spettano i
lutti e le miserie della vita, gli uni ottengono onori e gloria,
gli altri miseria e disprezzo, poich i ricchi sono sempre onorati
e stimati, laddove i poveri sono solo disprezzati. I primi,
perci, non dovranno fare altro che riposare, divertirsi, andare a
spasso e dormire quanto meglio credono, non facendo altro che
mangiare e bere a saziet e ingrassare, cos, in un dolce far
niente; i secondi, invece, si sfiancano a furia di lavorare senza
aver mai un attimo di riposo, n di giorno, n di notte e danno
tutto il loro sangue per riuscire ad avere appena il necessario
per vivere.
I ricchi trovano, quando capita loro una malattia o qualsiasi
altra disgrazia, tutti i rimedi e le consolazioni, come pure tutta
l'assistenza che si pu umanamente trovare, mentre nessuno si cura
di un povero, quando si ammala o gli capita una disgrazia, per cui
egli muore senza l'aiuto di alcun rimedio e senza alcuna
consolazione. Per concludere, gli uni vivono nell'agiatezza e
nell'abbondanza di tutti i beni, fra i piaceri e i godimenti, come
in una specie di paradiso, laddove gli altri patiscono sempre pene
e sofferenze, lutti e miserie e vivono come in una specie di
inferno. Ci che pi particolarmente colpisce a tale riguardo  il
fatto che spesso tra questo paradiso e questo inferno non
intercorre che un breve spazio: l'ostacolo di una strada o lo
spessore di un muro o di una parete. Infatti si pu passare molto
spesso dalle case dei ricchi, dove abbonda ogni ben di Dio e dove
si trovano gioie e delizie di paradiso, alle case dei poveri, dove
manca qualsiasi cosa e dove si trovano tutte le pene e le miserie
di un inferno.
Ma cosa ancor pi indegno e odiosa  il fatto che molto spesso
quelli che soffrono le pene e le sofferenze di un inferno, sono
proprio coloro che maggiormente meriterebbero di godere le
dolcezze e i piaceri di questo paradiso; laddove, chi pi
meriterebbe le pene e le sofferenze di questo inferno  proprio
colui che gode, invece, serenamente delle dolcezze e dei piaceri
di questo paradiso. Insomma, in questo mondo, gli uomini onesti
patiscono le pene che spetterebbero ai malvagi, i quali godono,
invece, dei beni, degli onori e delle soddisfazioni spettanti alla
gente onesta [_].
Questo  un chiaro abuso e una evidente ingiustizia. Ed  ci
senza dubbio, che ha dato occasione ad uno scrittore [_] di dire
che tali cose sono messe fuori posto a causa della cattiveria
degli uomini o che Dio non  Dio, poich non si pu credere che un
dio possa sopportare un tale capovolgimento della giustizia. Ci
non  tutto, poich, da questo abuso di cui parlo; deriva ancora
che i beni, cos mal divisi fra gli uomini, per cui alcuni hanno
ogni cosa o molto pi di quanto spetterebbe loro, ed altri non
hanno nulla o mancano delle cose pi necessarie e utili, da tale
abuso, dicevo, deriva il sorgere degli od" e dell'invidia fra gli
uomini, come pure la calunnia, le lamentele, i torbidi e le
sedizioni, unitamente alle guerre che causano un'infinit di  mali
tra gli uomini. Cos pure nascono migliaia di processi ingiusti
che i singoli sono costretti a sostenere gli uni contro gli altri
per difendere i loro beni e mantenere i loro diritti, come essi
pretendono. Tali processi procurano loro infiniti disagi materiali
e infinite preoccupazioni e molto spesso sono causa della completa
rovina degli uni e degli altri. Capita anche che coloro che non
hanno nulla o che non hanno tutto il necessario si trovano quasi
costretti a servirsi di mezzi disonesti, pur di ottenere ci di
cui abbisognano. Da ci hanno origine le frodi e gl'inganni, le
astuzie e le ingiustizie, le rapine e i furti, i ladricini e gli
omicidi che sono causa di infiniti mali tra gli uomini.

L.
Allo stesso modo, che cosa deriva da quella odiosa e offensiva
distinzione in casati che gli uomini attuano fra loro, cos male a
proposito, come se gli uomini fossero di diversa specie e natura o
come se gli uni fossero di origine pi nobile e pi pura degli
altri? Deriva che gli appartenenti alle diverse famiglie nutrono
disprezzo e disdegno gli uni verso gli altri col pretesto che gli
uni credono di essere di famiglia migliore e pi onorata di quella
degli altri [_]. Sempre da ci deriva ancora che coloro che godono
di una posizione sociale pi ragguardevole di altri, vogliono
valersi di tale vantaggio e si illudono di valere molto pi degli
altri a causa di ci. Perci vogliono sempre dominare in modo
tirannico sugli altri, sottomettendoli alle loro leggi, come se,
solo loro, fossero nati per governare e comandare e gli altri,
invece, solo per essere loro servi e schiavi.
I potenti, - come si trova scritto nel Tlmaque, - sono nutriti
ed educati ad una fierezza ed alterigia tale che offusca tutto ci
che di buono potrebbe trovarsi in essi. Costoro si considerano di
natura diversa rispetto al resto degli uomini, che sarebbero stati
creati dagli dei al solo scopo di far loro piacere, di servirli e
prevenire i loro desideri, offrendo loro ogni cosa come a delle
divinit. La gioia di servirli , secondo costoro, ricompensa
abbastanza alta per coloro che li servono. Non esiste nulla di
impossibile quando si tratta di accontentarli; il minimo ritardo
irrita il loro carattere focoso e violento. Costoro sono incapaci
di amare qualcosa che non sia la propria persona e non sono
sensibili che alla propria gloria e ai propri piaceri.
Secondo lo stesso autore, non vi sono che le disgrazie della vita
che rendano generalmente i principi e i potenti pi temperati e
pi sensibili alle miserie altrui. Quando essi non hanno mai
gustato altro che il dolce veleno della prospera fortuna, si
credono quasi degli dei in terra, pretendono che le montagne si
appianino per accontentarli, non tengono in alcun conto gli
uomini, giungono a prendersi gioco della natura. Quando costoro
pretendono parlare delle sofferenze, non sanno in realt di che si
tratti, per essi sono come un sogno, n hanno mai visto la
distanza che intercorre tra bene e male; solo la disgrazia pu dar
loro un po' di umanit e trasformare il loro cuore di pietra in un
cuore umano; solo la disgrazia pu dar loro un po' di umanit e
trasformare il loro cuore di pietra in un cuore umano; solo allora
essi sentono di essere uomini e sentono che occorre avere dei
riguardi verso gli altri uomini che sono loro simili.
Tali inconvenienti mostrano chiaramente l'abuso esistente in
queste inutili e odiose distinzioni in famiglie che gli uomini, a
torto, pongono tra loro.
J. Meslier, Testamento, a cura di I.Tosi Gallo, Guaraldi, Firenze,
1972, pagine 147-151.
